La seconda prova di latino della maturità 2017 ha proposto un brano tratto dall’Epistula 16, paragrafi 3–5, delle Epistulae Morales ad Lucilium di Seneca. Il testo è tra i più densi filosoficamente dell’intera raccolta: Seneca rivolge ad un ipotetico interlocutore scettico tre domande retoriche — se regna il fato, se governa un dio, se domina il caso — e risponde che in tutti e tre i casi la filosofia resta indispensabile. Un argomento che vale ancora oggi.
Testo latino originale
Sine hac nemo intrepide potest vivere, nemo secure; innumerabilia accidunt singulis horis quae consilium exigant, quod ab hac petendum est. Dicet aliquis: «Quid mihi prodest philosophia, si fatum est? Quid prodest, si deus rector est? Quid prodest, si casus imperat? Nam et mutari certa non possunt et nihil praeparari potest adversus incerta, sed aut consilium meum occupavit deus decrevitque quid facerem, aut consilio meo nihil fortuna permittit».
Quidquid est ex his, Lucili, vel si omnia haec sunt, philosophandum est; sive nos inexorabili lege fata constringunt, sive arbiter deus universi cuncta disposuit, sive casus res humanas sine ordine inpellit et iactat, philosophia nos tueri debet. Haec adhortabitur ut deo libenter pareamus, ut fortunae contumaciter; haec docebit ut deum sequaris, feras casum. Seneca · Epistulae Morales ad Lucilium · Epistula XVI, 3–5
La struttura argomentativa: tre obiezioni, una risposta
Seneca costruisce il ragionamento con una struttura tripartita perfetta per le domande di analisi:
Se tutto è già scritto, le nostre scelte sono inutili.
Se un dio governa tutto, la nostra volontà non conta.
Se domina il caso, nessuna preparazione è possibile.
Frasi chiave con traduzione
Le espressioni più importanti da padroneggiare per la prova:
Traduzione italiana
Due versioni a confronto con sfumature diverse — entrambe valide per la maturità:
La filosofia non è un sapere alla portata di tutti e non è fatta per essere esibita. Non sta nelle parole ma nei fatti. E non si pratica per questo motivo, affinché la giornata trascorra con una qualche piacevolezza, oppure affinché la nausea venga rimossa dai momenti morti. Crea e forma lo spirito, regola la vita, controlla le azioni, mostra ciò che va fatto e ciò che va evitato, siede al timone e mantiene la rotta attraverso i pericoli delle cose che si agitano.
Senza di lei, nessuno può vivere in maniera sfrontata, con tranquillità. In ogni momento succedono un sacco di problemi che hanno bisogno di una soluzione, che dev’essere richiesta a lei. Qualcuno dirà: «A che mi serve la filosofia, visto che esiste il destino? A che mi serve, se tanto è dio che decide? A che serve, se (invece) regna il caso? Infatti, le cose certe non possono cambiare, e nulla può essere preparato contro quelle che non si conoscono; eppure, o un dio ha preso possesso delle mie facoltà mentali e ha deciso (al posto mio) cosa fare, o il caso non lascia nessuno spazio per una mia decisione».
Qualunque (ragione) esista davvero fra queste, Lucilio, o se anche esistano tutte, bisogna praticare la filosofia: sia che il destino ci incateni con la (sua) legge inesorabile, sia che un dio padrone di tutto l’universo abbia predisposto tutto quanto, sia che il caso metta in movimento e agiti le faccende umane senza un ordine, la filosofia deve proteggerci. Questa (la filosofia) ci spingerà a obbedire di buon grado a dio, e controvoglia alla sorte; ti insegnerà a seguire dio e a sopportare il destino.
La filosofia non è un’arte popolare né è preparata all’ostentazione; non consiste in parole ma in fatti. E non è usata per questo: per trascorrere il giorno con qualche diletto o per sottrarre disgusto all’ozio; dà forma e struttura all’anima, regola la vita, guida le azioni, mostra ciò che si deve fare e ciò che è da lasciar andare, siede al timone e dirige la rotta del fluttuare pericoloso.
Senza di lei nessuno può vivere arditamente, nessuno può vivere senza timore: di ora in ora accadono innumerevoli cose, le quali esigono consiglio che a lei bisogna chiedere. Qualcuno dirà: “A che mi giova la filosofia, se esiste il Fato? A che serve, se chi regge è un dio? A che serve, se predomina il caso? Infatti, sia le cose decise non si possono cambiare, sia niente si può preparare contro le incertezze, ma o un dio ha prevenuto la mia decisione e decretato ciò che dovessi fare oppure la Fortuna non affida nulla alla mia decisione”.
Qualunque cosa sussista fra queste, o Lucilio, o che sussistano tutte, bisogna dedicarsi alla filosofia: sia che il Fato ci tenga legati con inesorabile legge, sia che un dio arbitro dell’universo abbia tutto regolato, sia che il caso metta in movimento e agiti senza ordine le cose umane, la filosofia deve proteggerci. Ci inciterà a obbedire con piacere alla divinità e superbamente alla Fortuna; ci insegnerà come seguire la divinità e sopportare il caso.
Quidquid est ex his, Lucili, vel si omnia haec sunt, philosophandum est; sive nos inexorabili lege fata constringunt, sive arbiter deus universi cuncta disposuit, sive casus res humanas sine ordine inpellit et iactat, philosophia nos tueri debet. Haec docebit ut deum sequaris, feras casum.
Qualunque cosa esista tra queste, o Lucilio, o se esistono tutte, bisogna filosofare: sia che il destino ci incateni con legge inesorabile, sia che un dio arbitro dell’universo abbia regolato tutto, sia che il caso spinga e agiti le cose umane senza ordine, la filosofia deve proteggerci. Ti insegnerà a seguire il dio e a sopportare il caso.
Analisi del testo
Analisi approfondita
Seneca apre con una definizione negativa: la filosofia non è un’arte popolare (populare artificium), non è fatta per essere esibita (ostentationi paratum), non sta nelle parole ma nei fatti. Questa triplice negazione non è casuale: Seneca sta prendendo le distanze dai retori e dai sofisti che usano la filosofia come ornamento linguistico, non come guida di vita. È una posizione programmatica tipica dello stoicismo romano.
La metafora del timone — sedet ad gubernaculum et per ancipitia fluctuantium derigit cursum — è una delle immagini più efficaci dell’intera lettera: la filosofia non è un passeggero della nave della vita, è il timoniere. Governa le azioni, non le subisce.
Il cuore del brano è la risposta alle tre obiezioni. La costruzione sive… sive… sive… philosophia nos tueri debet è retoricamente impeccabile: qualunque visione del mondo si adotti — determinismo (fato), teismo (provvidenza), caso — la filosofia rimane necessaria. Non perché cambii la realtà esterna, ma perché trasforma il modo in cui la affrontiamo.
La conclusione condensa tutto in due infiniti antitetici: deum sequaris, feras casum. Seguire il dio è un atto attivo, quasi di amore; sopportare il caso è un atto di resistenza. La filosofia insegna entrambi.
Domande frequenti sulla versione
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