Annibale Barca (247-183 a.C.) fu uno dei più grandi condottieri della storia antica, celebre per aver guidato l’esercito cartaginese contro Roma durante la Seconda guerra punica. Tito Livio, storico romano, ne offre un ritratto complesso nelle sue “Ab urbe condita”, sottolineando sia le straordinarie doti militari sia i lati oscuri del suo carattere. Comprendere il contesto storico e culturale in cui Livio scrive è fondamentale per cogliere appieno il significato di questo celebre passo.
Il ritratto di Annibale (Ab urbe condita, XXI, 4, 3-9)
Nunquam ingenium idem ad res diversissimas, parendum atque imperandum, habilius fuit. Itaque haud facile discerneres utrum imperatori an exercitui carior esset; neque Hasdrubal alium quemquam praeficere malle ubi quid fortiter ac strenue agendum esset, neque milites alio duce plus confidere aut audere. Plurimum audaciae ad pericula capessenda, plurimum consilii inter ipsa pericula erat. Nullo labore aut corpus fatigari aut animus vinci poterat. Caloris ac frigoris patientia par; cibi potionisque desiderio naturali, non voluptate modus finitus; vigiliarum somnique nec die nec nocte discriminata tempora; id quod gerendis rebus superesset quieti datum; ea neque molli strato neque silentio accersita; multi saepe militari sagulo opertum humi iacentem inter custodias stationesque militum conspexerunt. Vestitus nihil inter aequales excellens: arma atque equi conspiciebantur. Equitum peditumque idem longe primus erat; princeps in proelium ibat, ultimus conserto proelio excedebat. Has tantas viri virtutes ingentia vitia aequabant, inhumana crudelitas, perfidia plus quam Punica, nihil veri, nihil sancti, nullus deum metus, nullum ius iurandum nulla religio.
Traduzione in Italiano
Mai una stessa natura ebbe un’indole più atta alle cose più opposte, come l’obbedire e il comandare. E così non senza fatica avresti capito se era più ben voluto dal comandante o dall’esercito: Asdrubale non preferiva mettere a capo dell’esercito nessun altro quando era necessario compiere un’impresa in modo energico e valoroso, e i soldati, sotto la guida di un altro comandante, non avevano più fiducia né osavano più. Era assai audace nell’affrontare i pericoli ed assennatissimo quando ci si trovava dentro. Il suo corpo non poteva essere affaticato o l’animo sconfitto da alcuna fatica. Sapeva sopportare allo stesso modo il caldo e il freddo; mangiava e beveva quanto era richiesto dalla natura, senza indulgere alla gola; dormiva senza orari fissi di giorno o di notte, dedicando al riposo il tempo che eventualmente era avanzato alle azioni di guerra; per dormire non aveva bisogno né di un materasso morbido né del silenzio; era capace di prendere sonno anche per terra, in mezzo alle sentinelle o ai corpi di guardia, coperto da una mantellina militare. Il suo vestito non si distingueva da quello dei suoi compagni; si facevano invece notare le armi e i cavalli. Egli stesso era di gran lunga il primo della cavalleria e della fanteria; era infine sempre il primo ad entrare in battaglia e l’ultimo a lasciarne il terreno. A tanto grandi qualità corrispondevano altrettanto grandi difetti: crudeltà disumana, slealtà maggiore dei suoi concittadini, non c’era in lui niente di vero, niente di sacro, nessun timore degli dei, nessun rispetto dei giuramenti, nessuno scrupolo.